Sul tavolo del Cav. (e di Tremonti) torna il federalismo alla lombarda

"Sono certo che faremo il federalismo fiscale”, aveva detto Umberto Bossi intervenendo lunedì alla Festa dello statuto al Pirellone. Gli ha fatto eco il governatore Formigoni: “Abbiamo chiesto ufficialmente al governo di riaprire il tavolo negoziale accelerando il percorso verso il federalismo, per acquisire pienamente le competenze sulle 12 materie che il Consiglio regionale ha già individuato”.
26 GIU 08
Ultimo aggiornamento: 05:33 | 20 AGO 20
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"Sono certo che faremo il federalismo fiscale”, aveva detto Umberto Bossi intervenendo lunedì alla Festa dello statuto al Pirellone. Gli ha fatto eco il governatore Formigoni: “Abbiamo chiesto ufficialmente al governo di riaprire il tavolo negoziale accelerando il percorso verso il federalismo, per acquisire pienamente le competenze sulle 12 materie che il Consiglio regionale ha già individuato”. Ma dietro i proclami c’è il nervosismo leghista, esplicitato per primo da Roberto Maroni sulla Stampa qualche giorno fa, quando è tornato a rilanciare il federalismo come “madre di tutte le battaglie”, definendolo il vero “mantice” della maggioranza.
Erano i giorni in cui lo scontro sui processi sembrava inopinatamente chiudere la strada per le “riforme condivise”, federalismo in primis, impedendo di fatto alla Lega di sparare il suo “secondo colpo”. La prima scelta era stata infatti quella di procedere con l’attuazione “unilaterale” del federalismo fiscale e amministrativo, in base al Titolo V della Costituzione. Di fronte al “niet” opposto non solo da Sergio Chiamparino (ministro ombra per il federalismo), ma anche da componenti della maggioranza (An, i siciliani), Bossi aveva deciso di cambiare strada e iniziare a trattare (e concludere) su altre basi: in pratica, la “bozza Padoa-Schioppa” della scorsa legislatura in materia di trasferimenti e decentramento fiscale attorno a cui è arroccata la sinistra. Poi è intervenuta la gelata tra maggioranza e opposizione e il “partito del nord” (compresi Formigoni e Galan, e parte dello stesso Pd lombardo) ha capito che a farne le spese rischia di essere proprio il federalismo. Tanto da far nascere il sospetto che la rottura del dialogo fosse “una manfrina” per bloccare le riforme. Di qui un nuovo cambio di tattica, e il ritorno al “piano A”, alla “madre di tutte le battaglie”.
Con il rilancio polemico di Maroni (“mi aspetto che tutti riconoscano che quanto scritto nel programma è vangelo”), con il responsabile economico della Lega, il senatore Massimo Garavaglia, che rilancia i dati sul “risparmio di 26 miliardi di euro per lo stato” se si attuasse subito il federalismo fiscale, conditi dalle accuse al governo “che sta facendo scelte che allontanano, anziché avvicinarlo, il federalismo fiscale”. E ieri Fabrizio Cicchitto è tornato a parlare di “confronto con il Pd possibile” sul federalismo e del “superamento del bicameralismo”, che sta per “Senato federale”.